14 apr 2012

Don Vincenzo Simeoli,noce e pane,pasto di Re!

Don Vincenzo Simeoli




La noce sorrentina
(Noce e Pane, pasto da Sovrane!)
di Don Vincenzo Simeoli
La Pergamena Editore pagine 50
Genere Saggio Breve

...fare memoria grata del passato,
a vivere con passione il presente,
ad aprirci con fiducia al futuro..."
(Giovanni Paolo II ,Nuovo Millennio Inuente)

La passione di Don Vincenzo Simeoli per la sua terra e per lo studio delle antiche tradizioni è nota a tutti noi, da anni leggiamo i suoi studi e libri sull'antica lavorazione delle noci come su quella dei bachi da seta in Penisola Sorrentina. Per certi aspetti è l'erede di Gaetano Amalfi, grazie ai suoi scritti quanti antichi riti e tradizioni della Piana sorrentina sarebbero andati persi? Oggi 14 aprile a Capri si festeggiano i suoi 25 anni di sacerdozio, ma è dalle due costiere quella amalfitana e quella sorrentina che spero gli giunga l'abbraccio più caloroso.
Dalla mia libreria personale ho recuperato questo vecchio testo sulle noci dove accanto a note storiche e mitologiche, il sacerdote non perde occasione per erudirci su tutte le nozioni scientifiche che riguardano la noce e il noce, la botanica, la cura, la raccolta, tutte le tipologie di noce, la loro distinzione,le proprietà organolettiche e quelle nutrizionali, l'uso nella medicina per combattere il colesterolo, le malattie cardiache,il diabete.
Don Vincenzo  non dimentica i pregi del legno, il tipo di taglio,le parti nobili come la radica e le parti meno pregiate, i maestri che hanno reso questo nobile albero famoso in tutto il mondo con l'uso dello stesso nella tarsia, nella fabbricazione di mobili di sofisticata fattura e, perché no, anche di bellissime bare destinate ad accogliere il sonno eterno dei Re. Fra le notizie rubricate nel testo mi piace raccontarvi quella di Sant'Agostino e la noce, "fiaba"di quelle che fanno pensare oltre che divertire.

Quella sera Agostino, ad ora tarda, decise di rompere gli indugi e tornare a casa, salutò l'amico Simpliciano e s'incamminò lungo un sentiero erboso. I suoi pensieri erano tutti presi dal mistero del Cristo e dalla nostalgia di Monica, la vecchia madre rimasta in Algeria a Tagaste, da sempre la sua luce nella notte buia.
D'improvviso la pioggerellina che aveva accompagnato il suo cammino si trasformò in un violento acquazzone. Agostino si guardò intorno e, visto un noce, ricordandosi dei racconti dei contadini che dicevano di quest'albero che era immune ai fulmini, vi si riparò. La mattina seguente fu svegliato dal tiepido calore dei raggi del sole che penetravano il fogliame e illuminavano in centinaia di fasci la terra ai piedi del fusto. Sul mantello, che aveva adoperato per ripararsi, c'erano decine di noci. Prese quei frutti che gli amici italiani gli avevano insegnato a gustare e li dispose davanti a sè; sarebbero stati la sua colazione. Cominciò con fatica a togliere il mallo, poi con forza ruppe il guscio per assaporare avidamente il tenero gheriglio e fu allora che per quelle geniali associazioni involontarie con le quali talvolta  la nostra mente ci sorprende,quasi a volersi prendere gioco di noi, in momenti e posti inusuali,venne a capo dei dubbi teologici che per mesi l'avevano assillato. Guardò il mallo verde, indicava la carne "il vero uomo" che ha provato l'amarezza della passione; il seme (gheriglio) la dolce interiorità della divinità,"il vero Dio" che elargisce nutrimento e rende possibile la luce per mezzo del suo olio "Spirito Santo"; infine il guscio, il legno della croce. Così una piccola noce svelò a Sant'Agostino uno dei fondamenti di quella che sarebbe stata la sua Teologia.

di Luigi De Rosa

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